venerdì 20 gennaio 2017

Sorprese

"La vita è una cosa assurda.
Ma se si vive abbastanza a lungo,
non ci si sorprende di nulla"

Tracy Chevalier
La ragazza con l'orecchino di perla




Sarolta Szulyovzky


Ho passato già da un po' il mezzo secolo ma continuano a sorprendermi:
il nitore della neve in una giornata con il cielo spazzato dal vento
certi tramonti
certe albe
l'arcobaleno
una corale ben armonizzata che canta a cappella
un quadro
la pagina di un libro che sa far viaggiare nel tempo, nello spazio, nelle emozioni
il sorriso della gente
un grazie
un abbraccio inatteso
il buon cibo
un bicchiere di vino 
il primo tepore a primavera
certe lune tanto rosse, tanto piene, o solo un'unghietta luminosa
la smorfia di chi sente per la prima volta un suono
un lavoro di squadra ben fatto 
le fossette sulle mani dei bambini
le lucciole
la fiducia che ripone in me la mia micetta
le domande dei bambini



ma anche:
l'inutilità della cattiveria
l'ipocrisia
la falsità manifesta
il tornaconto che non vede aldilà del proprio naso
la mancanza di senso civico


Questo può significare che ho ancora molta vita davanti 
Oppure che non crescerò mai



e cosa sorprende voi?

mercoledì 18 gennaio 2017

Incipit: un bene al mondo



Anche se questa non è una favola per bambini bisogna che io cominci scrivendo C'era una volta, perché era proprio una volta che c'era un bambino.

C'era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe, il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare. All'intervallo il bambino lo portava in cortile, e all'uscita da scuola riattraversava il paese al contrario con il dolore di fianco. Quando arrivava a casa si lavava le mani, perché così gli avevano insegnato sua madre e suo padre, Poi apriva lo sportello del frigorifero, controllava se c'era qualcosa di pronto, e se non c'era niente si preparava degli spaghetti con il pomodoro. Quindi stendeva una tovaglia sul tavolo e mangiava. Il dolore montava sulla sedia accanto, e mentre mangiava, il bambino lo accarezzava. Quando c'erano i genitori, invece, il dolore stava tra i piedi del suo padrone. Di tanto in tanto, il bambino faceva sparire la mano sotto il tavolo e gli offriva un pezzo di pane. Il dolore avvicinava il muso alla mano, e dopo gli leccava le dita





Un bene al mondo. Andrea Bajani. Einaudi

Di Andrea Bajani, avevo già letto "Se consideri le colpe", di cui ho parlato qui.
Ora o Andrea Bajani ha avuto un'infanzia terribile, o è affascinato dal mito dell'infanzia infelice, o conosce molto bene la realtà di chi vive un'infanzia infelice, fatto sta che l'infanzia infelice è il cardine del suo narrare e che ne ha fatto la sua cifra stilistica. Un bambino, una bambina, l'uomo e la donna che sono diventati, e i loro dolori. Nessuno ha un nome in questo romanzo breve, in questa favola ma per adulti, neppure i luoghi, i paesi, neppure i dolori, anche se si sa a chi appartengono, . L'infelicità è la protagonista assoluta, anche se l'affetto profondo, la presa di coscienza del dolore e il filo di una intimità costruito sulla condivisione accendono la luce di una speranza e si può, anzi si deve, per sopravvivere, iniziare a narrare e dunque "C'era una volta...."

domenica 15 gennaio 2017

Noncisiamo

"sì per natale siamo stati nell'Oman, per carità sicuro, pulito, servizio ineccepibile, ma ecco ... non saprei, non ci siamo"





Gentile Signora Noncisiamo,
se il mio mondo già piccino, in parte per necessità, in parte per scelta, si è ristretto, è anche a causa di quelli come te, che fanno di posti in cui si lasciano catapultare (e di cui non conoscono nulla -né storia, né cultura, né arte - solo l'orizzonte limitato fornito dal resort 4 stelle tutto incluso, né sapranno nulla dopo il costoso viaggio) solo la tacca sulla canna del fucile, la bandierina da piantare sul planetario, viaggiano come si compra il SUV, come si indossa un gioiello, o un capo firmato solo per far sapere al mondo che si può. Di quelli che vivono in un pianeta di fantasia dove non si muore di fame, di freddo, di guerra, di inondazioni perché il consumo di tutto è la legge di pochi a scapito dei molti. Dove la presa di coscienza che la rotta DEVE essere invertita, perché è già molto tardi, e la miccia è accesa, sembra debba riguardare solo gli altri.

Bene Signora Noncisiamo sappia che io e lei guardiamo orizzonti diversi per me l'Oman sarà solo e per sempre il posto dove andò a studiare e a lavorare quello che poi diventò il marito di una mia collega. Lei non lo vide prima delle nozze, se non in una foto un po' sciupata per essere stata per troppo tempo tenuta in una borsetta da una madre apprensiva che voleva il meglio per suo figlio, tranne il diritto di scegliere col cuore, che lo considerava così impegnato a costruirsi un futuro nel mondo del lavoro all'università, che si mise a cercare per lui una moglie degna che non lo avrebbe fatto sfigurare in società, una donna studiosa. Organizzò pomeriggi con altre signore della buona società indiana, in cui altre madri apprensive, col pretesto di rinfrescarsi con un lassi e di scambiare quattro chiacchiere capaci di smorzare la calura estiva, in realtà mettevano sul mercato i loro rampolli, maschi e femmine, tutti in giro per il mondo, intenti a cacciare sapere, ma incapaci di spezzare un cordone ombelicale così forte, da permettere ad altri di decidere il loro destino emotivo. Così quando la madre del professore di storia nell'Oman pose tra le mani della madre della pediatra in Italia la foto del figlio, questa si innamorò per procura di quel viso serio e senza malizia e decise che era proprio quello che faceva per la sua ragazza morigerata e studiosa. Durante la successiva vacanza in famiglia dei ragazzi, le foto vennero presentate ai promessi sposi, che essendo devoti e rispettosi delle tradizioni  familiari iniziarono a guardare quelle immagini stropicciate cercando di trovare nella piega del sorriso, nella limpidezza dello sguardo il germe di un amore ben aldilà dal nascere, disposti però a giurare che le loro madri, mai avrebbero fatto per loro una scelta non adeguata.
Noi, qui in Italia, ci indignammo per la mancanza di autodeterminazione della ragazza quando ci comunicò che di lì a sei mesi sarebbe tornata in India per il matrimonio e soprattutto quando ci raccontò le modalità delle nozze, lei per nulla turbata ci disse "Quanto durano qui i vostri matrimoni d'amore? Siete sicure di saper scegliere, spinte dalla passione, che nel tempo è destinata a spegnersi, meglio di quanto non possa fare, per me, la mia famiglia che mi conosce e che ha cercato per me delle radici salde?". 
L'Oman è dunque il posto in cui vissero gli sposi per un anno, poi tornarono in Italia ed ebbero due figlie, ora non so più che è stato dei due sposi per procura. Ma ho una storia da raccontare su un professore di storia dell'Oman, può dire altrettanto Signora Noncisiamo?

lunedì 9 gennaio 2017

Storia di un semino prodigioso


Nikoletta Bati







C'era una volta una donna che di professione faceva la pungolatrice  di fantasie infantili, che, com'è universalmente noto, si associa a quella di raccoglitrice di mocci, anzi in realtà si poteva definire una pungolo-raccoglitrice. Questa donna, si innamorò perdutamente, dopo qualche tentativo di colpire il bersaglio sbagliato, di un uomo che di mestiere faceva lo studioso viaggiatore, con una spiccata affinità per il viaggio transatlantico e che stazionava, per contratto matrimoniale, dal lato passeggero di ogni auto. La pungolatrice-raccoglitrice e lo studioso viaggiatore avevano l'hobby del giardinaggio, ma non si sa né come, né perché, non avevano trovato sementi buone per il loro giardino. Un giorno vennero a sapere di un semino esotico così prodigioso che aveva attecchito troppo precocemente in un giardino che, in quella stagione, non era adatto alla semina, dopo che un seminatore esuberante ci aveva dato dentro, di zappa, al momento sbagliato. La pungolo-raccoglitrice e lo studioso viaggiatore decisero di accogliere il semino prodigioso, gioiosi di potere finalmente dedicarsi al giardinaggio. Tuttavia alle ansie normalmente insite in quell'hobby, di non poter veder crescere rigogliose le piante che si accudiscono con amore, si associavano quelle che il semino prodigioso, essendo esotico, avesse a patire del fatto di non essere cresciuto nel giardino in cui era stato inizialmente seminato, e che soffrisse troppo del trapianto e che potesse in futuro farsi domande sulla necessità di un trapianto dal suo giardino natio, lontano pure dal seminatore esuberante. Così la pungolatrice-raccoglitrice e lo studioso viaggiatore, una volta che il semino divenne un bel tipino di pianta e prima che quello, con la sagacia che già dimostrava, si mettesse a rompere le balle in giro con una Tour Eiffel di perché, tutti rigorosamente dalla R arrotata, cogliendo al volo la naturale propensione transatlantica dello studioso viaggiatore, migrarono oltre l'oceano, a Suburbia City. Andarono a conoscere il giardino, una volta inadatto alla semina, ed il seminatore entusiasta, coltivarono l'amore, lo moltiplicarono per mille, se lo divisero per tre, ci aggiunsero Mater sabaude (e pure Pater), e  nutrirono tutto con pan di stelle.
La morale di questa favola è che noi tutti tifiamo perché il semino prodigioso abbia una vita felice e possa a 109 anni e sei mesi, facendo un bilancio della sua vita, dire: sono stato un bell'albero, fortunato, con radici salde e robuste che mi hanno permesso di sfoggiare una chioma vaporosa e di resistere al vento ed alla tempesta.



Buon compleanno Alice Radicatrice

giovedì 5 gennaio 2017

Le fatiche del sognatore

Lilluzzo Val D'Itria










Apriva gli occhi e pensava sogni, li chiudeva e sognava progetti.
Fotografava volti e, in uno scatto, scriveva un romanzo, bastava che guardassi i ricami della vita su quel volto e leggevi una storia, piena di suoni, di luci, di angosce, di grazia, di malinconia: neanche avesse sotto stampata la didascalia più lunga del modo.
Leggeva pagine scritte da altri e ci scovava mondi meravigliosi o anche piccoli e meschini, ma sapeva ridonarli al mondo con tale generosità che poi l'autore, commosso, gli appariva in sogno regalandogli storie per altre pagine.
Era stato un poeta incompreso da piccolo e aveva eluso quel dolore mangiando, era stato un amante incompreso da grande e aveva palesato le sue pene con versi così belli che i suoi lettori erano tentati di presentargli donne che lo facessero soffrire per fargliene scrivere ancora.
Guardava al mondo affacciandosi alla ringhiera di una piazza che spaziava su una valle, sempre la stessa dal suo primo vagito, dalla sua prima spina nel cuore,dal suo primo verso.
Voleva vivere di mal d'amore e versi, ma qualcuno gli aveva detto che nessuno sopravvive bastonato dall'amore e affamato dalla povertà.
Così aveva fatto un sogno: in quel sogno fondava una casa editrice per poeti in Puglia.
Qualcuno gli aveva detto che solo un pazzo poteva fare quel sogno.
E lui aveva risposto che era folle non credere ad un bel sogno.
Ora compila rendiconti per una piccola casa editrice che vive di poesia e di sogni




Buon compleanno Lilluzzo

sabato 31 dicembre 2016

Cercando l'oro

Inverno di siccità, niente danze sulla neve, non resta che camminare alla ricerca dell'oro

Mondi alla rovescia
Giganti di pietra


Piani Eterni dorati


Presenze amiche accompagnano il cammino

Da qui all'eternità


Fantasmi di ghiacciai
Oro e azzurro

Orizzonti vicini
Richiami dal paese delle nebbie
E ancora oro
Bagno di luce
sognando la California


Val Canzoi, Orsera, Lago della Stua, Piani Eterni, Cresta sopra Forcella dell'Omo, California è un'altra storia :)

lunedì 26 dicembre 2016

Al lago

Ebbene sì, confesso, ci ho provato, mi sono cimentata nel concorso  di scrittura che D, il settimanale de "La Repubblica" aveva bandito in occasione dei suoi 20 anni. Fondamentalmente la cosa funzionava così: Baricco - sì il Baricco di persona personalmente - scrisse l'inizio di un racconto che era primavera, lo trovate qui, e bisognava disegnarne la fine tenendo conto di due piccoli particolari: lui si era tenuto largo, raccontando un pomeriggio della vita di un padre e di un figlio, e tu, in un numero predeterminato di battute dovevi raccontare i successivi 20 anni. L'avventura si è conclusa il 22 dicembre su D, hanno partecipato 873 racconti, ne sono stati selezionati 10  che sono stati pubblicati, ed ora affido, ai miei soliti affezionati lettori, il mio. 
Ringrazio il Giardi che mi fece da prezioso editor e Sandra e Suara che lo lessero in anteprima per un primo parere (anche se due, più di parte di così, non si trovano, quindi erano poco attendibili: giocavo sporco sapendo di farlo)


Anna Ådén



"Dove siete?" Mi sento dire.
Poi un tonfo, forse, mio figlio che grida.
Calore poi gelo, panico, un lusso che non posso permettermi.
Urlo il nome di mio figlio, mentre prego un dio, con cui non scambio confidenze da anni, che la comunicazione non cada, che mi stia sentendo, che suo padre me lo riporti subito, che la porta si apra, che tutto sia un incubo, che ci sia una spiegazione banale. Piange, è vivo, per quanto finga una calma che non mi appartiene, non riesco a fargli dire nulla che mi illumini, mi ripete solo "mamma vieni" come un mantra.
Gli chiedo di suo padre lui trema, lo sento, tremo.
Non posso chiudere la comunicazione e lasciarlo solo, ma devo chiedere aiuto, esco sul pianerottolo, sempre parlandogli con tono calmo, il cuore fuori sincrono col ritmo della voce, busso alla vicina, le scrivo su un pezzo di carta cosa sta succedendo, gli dico: "amore ti passo Elena, mi preparo, vengo a prenderti". 
Lei mi indica il telefono di casa e intrattiene mio figlio mentre io chiamo il 118, spiego del lago, del tonfo.
Dopo un’ora il filo si spezza è terminata la sua batteria, quella che alimenta la mia angoscia invece è carica.
Lo troviamo intirizzito e muto che è mattina, di suo padre nessuna traccia.
Ha i pugni chiusi, è rannicchiato, mi appare così sconosciuto eppure profondamente mio come nella prima ecografia.
Il suo sguardo è una condanna: lo abbiamo abbandonato entrambi.
Per giorni scandagliano il lago. La nostra vita si trasforma in tragedia da talkshow del pomeriggio, gli amici a fare da scudo tra noi e la morbosità del mondo.
Eppure il lago non restituisce nulla e non è grande.
Occuparmi di mio figlio dà un ordine alle mie angosce, anche il dolore ha delle priorità: non posso lasciare che ciò che ha vissuto quella notte lo mandi in frantumi. Quando la sera inizio ad attraversare il campo minato dei perché, non vinco mai la partita: comunque abbia perso mio marito, sono persa.
Dopo qualche mese mentre ci prepariamo per la notte, mio figlio mi dice: "Torna?"
Ci guardiamo,uno sguardo che ci strappa una confessione: entrambi non ci crediamo più. L’abbraccio e le lacrime comuni di quella notte, che suggellano la certezza della perdita, sono la svolta.
Ci siamo dati forme e tempo per una nuova vita, da allora. Il bambino è un uomo, il buco nel suo passato divide le nostre vite in un prima e un dopo. Mi ha regalato il viaggio per il compleanno, l’ho raggiunto. È l’uomo torcia in un parco tematico in Texas, talora anche qui, ma solo quando le notti si abbracciano